
Torbiere e lagune costiere occupano un piccolo lembo d’Europa, eppure stoccano carbonio, regolano le piene, depurano l’acqua e offrono rifugio a moltissime specie. Da decenni, però, vengono prosciugate e inquinate. Un nuovo rapporto del progetto BioAgora indica come valutarle, monitorarle e ripristinarle, e sostiene che contare le specie non basta, perché conta come funziona una zona umida — e alla fine puoi verificare se guardi la natura come un attento ricercatore sul campo.
Sulla mappa d’Europa torbiere e lagune costiere passano facilmente inosservate. Coprono solo una piccola parte della superficie terrestre del continente, eppure i benefici che offrono all’ambiente sono sproporzionati. Stoccano carbonio, aiutano a regolare le piene, depurano le acque e sostengono una vasta biodiversità. Gli autori del nuovo rapporto le collocano tra gli ecosistemi più vitali e, al tempo stesso, più minacciati del continente.
Lo stato di questi habitat non è peggiorato da un giorno all’altro. Al loro declino hanno contribuito processi che durano da decenni: le bonifiche, i cambiamenti nell’uso del suolo, l’inquinamento e i cambiamenti climatici. Insieme hanno creato una situazione in cui per invertire la tendenza servono solide basi scientifiche.
Queste basi vuole offrirle un rapporto di sintesi delle conoscenze redatto dal Servizio scientifico per la biodiversità nell’ambito di BioAgora, un progetto finanziato dall’UE. Il documento è stato commissionato dalla direzione generale Ambiente della Commissione europea e sostiene la legislazione chiave dell’Unione: la direttiva Habitat, la direttiva quadro sulle acque e il regolamento sul ripristino della natura. Contiene una tabella di marcia scientifica che abbraccia tre ambiti di lavoro sulle zone umide: valutazione, monitoraggio e ripristino.
Il messaggio principale del rapporto è semplice: per proteggere torbiere e lagune bisogna guardare oltre le semplici mappe e tecniche come il conteggio delle specie. Secondo gli autori, valutazioni e analisi efficaci devono concentrarsi sul funzionamento di queste zone umide, e non soltanto su ciò che in un dato momento vi cresce e vi vive.
In pratica significa osservare i processi che mantengono l’ecosistema in buona salute. Per ciascuno dei due tipi di habitat, però, l’elemento chiave è diverso.
Nelle torbiere il fattore decisivo è il livello dell’acqua. Una falda freatica stabile e alta impedisce il rilascio del carbonio stoccato e permette di sopravvivere alla vegetazione unica che le caratterizza.
Le lagune costiere seguono altre regole. La loro produttività dipende dal delicato equilibrio tra acqua salata e acqua dolce. Il problema è che le lagune sono variabili per natura, e proprio questa variabilità rende difficile distinguere i cambiamenti naturali dai danni causati dall’uomo.
Gli autori sottolineano che il degrado delle zone umide raramente è causato da un unico fattore. Di solito su una stessa area agiscono molteplici pressioni che interagiscono in modi complessi, e i loro effetti si sommano in una serie di danni a catena, difficili da individuare e ancora più difficili da invertire. A peggiorare la situazione c’è la mancanza di dati precisi e specifici per il contesto del singolo luogo. Senza di essi è facile scambiare un sintomo per la causa.
La risposta a queste sfide dovrebbe essere un approccio unificato al monitoraggio, che combini tre strumenti: immagini satellitari, misurazioni sul campo e modellizzazione. Oggi le tecniche di valutazione variano in modo significativo all’interno dell’UE, per cui i dati sono incoerenti e gli sforzi di ripristino restano frammentati. Il team di BioAgora raccomanda quindi un quadro di indicatori a più livelli, che distingue tra variabili essenziali e complementari. Tra queste figurano:
L’obiettivo di questo sistema è un linguaggio coerente, grazie al quale lo stato di salute delle zone umide potrà essere valutato a livello transfrontaliero, con le stesse regole in paesi diversi.
Il rapporto contiene anche un chiaro avvertimento: non bisogna basare la valutazione su un unico indicatore. Nessun singolo parametro può cogliere la complessa realtà del funzionamento di un ecosistema di zone umide. Una valutazione solida richiede molteplici linee di evidenza, che integrino le misurazioni sul campo con il telerilevamento e con l’interpretazione ecologica da parte di esperti.
La divisione dei ruoli è piuttosto chiara. I satelliti permettono di seguire i cambiamenti su larga scala nei livelli dell’acqua o nella copertura vegetale. Solo le misurazioni a terra, però, consentono di convalidare queste osservazioni e di capire quali processi biologici si nascondono dietro i cambiamenti. L’immagine dall’alto mostra quindi che qualcosa sta succedendo, ma non sempre spiega perché.
Gli autori del rapporto indicano anche che cosa dovrebbe venire dopo. Sollecitano lo sviluppo di soglie calibrate e specifiche per ciascun habitat, che permettano di distinguere un sito «intatto» da uno «degradato». Un confine del genere darebbe ai responsabili politici e agli specialisti un chiaro punto di riferimento nella valutazione di una specifica torbiera o laguna.
Il rapporto di BioAgora contribuisce a colmare il divario tra ricerca scientifica e attuazione delle politiche dell’UE e offre ai responsabili politici e agli operatori ambientali gli strumenti necessari per salvaguardare le zone umide europee. Il suo messaggio si può riassumere in poche frasi. Le zone umide vanno valutate in base a come funzionano. Per le torbiere la chiave è l’acqua, per le lagune l’equilibrio tra acqua salata e acqua dolce. Un quadro affidabile nasce solo dall’unione di dati satellitari, misurazioni sul campo e conoscenze degli esperti.
5 domande · un minuto