Centocinquanta minuti al giorno: dove passa il confine tra usare e usare troppo + test

Una giovane donna seduta accanto a una finestra la sera guarda lo schermo del telefono
Una giovane donna seduta accanto a una finestra la sera guarda lo schermo del telefono

Quante ore passi ogni giorno dentro le applicazioni social? La domanda sembra banale, ma un'analisi di 11 indagini condotte tra il 2014 e il 2024 su circa 183 000 adulti statunitensi ha provato a darle una risposta numerica: il legame tra tempo sui social e sintomi depressivi diventa netto oltre i 150 minuti al giorno. Non è una diagnosi e non vale per tutti allo stesso modo, ma è un punto di riferimento — e alla fine puoi guardare con calma com'è fatta la tua giornata con il telefono in mano.

Indice

La domanda che tutti si fanno

«Passi troppo tempo sul telefono» è un rimprovero che quasi tutti si sono sentiti rivolgere almeno una volta, di solito senza una cifra accanto. Quanto è troppo? Un’ora, due, cinque? Finché la risposta resta un’impressione, la discussione si ferma al senso di colpa e non va oltre. Un gruppo di ricercatori ha provato a spostarla su un terreno diverso, quello dei dati, chiedendosi se esista un punto oltre il quale il quadro cambia in modo misurabile.

Da dove arrivano questi numeri

Il lavoro nasce dalla collaborazione tra l’Università di Cincinnati e la Northwestern University ed è stato pubblicato sulla rivista Mental Health Research, della serie Nature Portfolio. I ricercatori non hanno raccolto dati nuovi: hanno riesaminato 11 indagini svolte tra il 2014 e il 2024, per un totale di circa 183 000 adulti statunitensi di età compresa tra i 18 e i 70 anni. È una mole che permette di cercare regolarità che in un campione piccolo resterebbero invisibili.

«Per quanto riguarda la depressione e i social media, l’argomento è emerso con chiarezza nei test scientifici condotti nel corso degli 11 anni esaminati» ha dichiarato Hans Breiter, dell’Università di Cincinnati.

Non tutti gli schermi sono uguali

Il dettaglio più interessante non riguarda il tempo davanti allo schermo in generale, ma quale schermo. L’analisi ha tenuto separate diverse attività digitali:

  • i social media,
  • la televisione,
  • i videogiochi,
  • la posta elettronica.

Solo la prima voce si è rivelata un predittore nettamente più forte dell’intensità dei sintomi depressivi. Televisione, giochi e posta elettronica non hanno mostrato la stessa associazione: guardare una serie per due ore e scorrere un feed per due ore, nei dati, non sono la stessa cosa.

Centocinquanta minuti

La soglia individuata dagli autori è di 150 minuti al giorno. Al di sotto di quel livello il legame tra uso e sintomi resta debole; al di sopra diventa visibile. Vale la pena leggere bene che cosa significa: è una regolarità statistica su un campione enorme, non un cronometro personale che alle due ore e trentuno fa scattare qualcosa.

Nessuno degli autori sostiene che superare quella soglia porti a una diagnosi, e nessuno sostiene che restarne sotto metta al riparo. La soglia è il punto in cui, nei dati raccolti, la relazione smette di essere trascurabile.

Che cosa è cambiato nelle piattaforme

Una parte della spiegazione proposta riguarda le piattaforme stesse, che nel giro di una generazione hanno cambiato funzione. «All’inizio i social media erano uno spazio di socializzazione con persone che conoscevi» ricorda Nicole Vike, ricercatrice senior dell’Università di Cincinnati. Oggi buona parte di ciò che scorre sullo schermo arriva da sconosciuti e da sistemi di raccomandazione costruiti per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile.

«I social media sono un tratto distintivo della nostra epoca culturale, proprio come lo era l’automobile più di un secolo fa» osserva Martin Block, professore emerito alla Northwestern University: un oggetto che ha riorganizzato le giornate di tutti e che, proprio per questo, va studiato invece che liquidato.

Che cosa lo studio non dice

Qui serve la cautela che gli autori stessi raccomandano. Lo studio mostra un’associazione, non una causa: dai dati non si può stabilire se l’uso prolungato dei social preceda i sintomi o se chi sta attraversando un periodo difficile tenda a passare più tempo sulle piattaforme. I ricercatori presentano il risultato come punto di partenza per ricerche successive, non come una spiegazione chiusa.

Perché è un tema da studenti

Per chi studia scienze sociali, psicologia, statistica o comunicazione, questo lavoro è anche un piccolo manuale di metodo. Mostra che cosa si può ricavare da indagini ripetute nel tempo su campioni molto ampi — regolarità, soglie, confronti tra gruppi — e che cosa invece resta fuori portata, come la direzione del rapporto tra due fenomeni.

Insegna soprattutto a leggere una cifra come 150 minuti per quello che è: un risultato con un contesto e dei limiti dichiarati, non uno slogan.

In sintesi

Undici indagini, un decennio, circa 183 000 persone e una soglia: 150 minuti al giorno sui social, oltre i quali il legame con i sintomi depressivi diventa netto, mentre televisione, videogiochi e posta elettronica non mostrano lo stesso andamento. Gli autori parlano di associazione e non di causa, e lasciano aperta la domanda su che cosa venga prima. Per chi legge, il contributo più concreto è forse il più semplice: guardare il proprio contatore del tempo di utilizzo come un dato, non come un verdetto.

Cinque domande: com'è fatta la tua giornata con il telefono? (test)

5 domande · un minuto · senza salvare nulla

1. Sai quanto tempo al giorno passi nelle applicazioni social?

2. Prendi in mano il telefono soprattutto perché:

3. Quando sei con gli amici, il telefono sta:

4. Scorri il feed e dopo un po' ti accorgi di non ricordare che cosa hai visto.

5. Se domani avessi due ore senza telefono:


pubblicato: 2026-09-20
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